Tre prospettive diverse, per comporre un quadro più ampio: il gioco del Baseball

Il baseball è stato per me più che un semplice sport: un linguaggio formativo che mi ha insegnato a osservare, a concentrarmi, a capire il valore dei dettagli e delle pause. In questo articolo condivido ciò che il baseball mi ha lasciato: una filosofia di vita fatta di tre prospettive, tre ruoli, tre modi di vedere il mondo che, intrecciandosi, formano un quadro più ampio e completo.


Il baseball, per me, non è soltanto uno sport. È una lente attraverso cui guardare la vita, un esercizio costante che ti insegna ad avere una visione completa, fatta di tre punti di vista che, se uniti, danno un quadro più profondo non solo del gioco, ma anche di sé stessi.

A differenza di altri sport, il baseball non si riduce a pura esplosività fisica o a un continuo movimento: è fatto di pause, attese, ritmi interiori. Queste pause – che per alcuni sono “vuoti” – in realtà sono lo spazio dove si sviluppa la concentrazione, il pensiero strategico e anche l’osservazione delle piccole particolarità che rendono unico ogni giocatore.

Come scrive W.P. Kinsella in Shoeless Joe (il romanzo da cui nasce il film Field of Dreams):

“Il baseball è parte del nostro passato. Ci ricorda chi siamo e chi eravamo.”

E io aggiungo: il baseball ci insegna anche a immaginare chi possiamo diventare.


Il primo punto di vista: la difesa

Quando sei in campo, nel tuo ruolo difensivo, il corpo è orientato verso casa base. Il tuo sguardo passa dal battitore al tuo lanciatore, fino al ricevitore. Ogni secondo che precede il lancio è un momento sospeso tra concentrazione e rilassamento: sei vigile, pronto a reagire se la palla verrà battuta nella tua zona.

È un rituale che si ripete inning dopo inning, azione dopo azione. Questo ritmo ciclico costruisce in te un’abitudine mentale: impari ad allenare la concentrazione, a gestire l’attesa, a pensare sempre a cosa può succedere subito dopo.

Come scrisse Yogi Berra, uno dei grandi filosofi inconsapevoli del baseball:

“Il baseball è fatto per il 90% di mentalità. L’altra metà è abilità fisica.”

Un paradosso ironico che in realtà racchiude una verità: ciò che conta è la disciplina della mente.


Il secondo punto di vista: la panchina

Quando la tua squadra è in attacco e sei seduto accanto ai compagni, l’attenzione si sposta altrove: sul lanciatore avversario. Lo osservi mentre si riscalda, studi i suoi movimenti, il tempo che impiega a rilasciare la palla, la sequenza dei suoi lanci. Noti il ritmo, i dettagli, la sua mimica corporea.

Osservi anche la difesa durante le esercitazioni dell’infield coach (il “manager di difesa” che coordina lo schieramento), e tutto sembra un teatro in cui ognuno recita la sua parte.

In quei momenti, avere uno sguardo d’insieme ti permette di leggere i giocatori come personaggi: ognuno porta in campo la propria fisicità, i propri tic, il proprio stile. Io lo chiamo il mio “bar di Star Wars”: un luogo popolato da figure uniche, tutte diverse, ma ognuna indispensabile per la scena.

Come scrisse il filosofo José Ortega y Gasset:

“Io sono me stesso e la mia circostanza.”

Ecco: osservando dalla panchina impari che il valore del singolo esiste solo all’interno del contesto. Non c’è battitore, lanciatore o difensore che possa esistere senza il “quadro generale” della squadra.

George Will, in Men at Work: The Craft of Baseball, coglie questa dimensione corale quando afferma:

“Il baseball è l’arte di anticipare il futuro e reagire al presente.”


Il terzo punto di vista: la battuta

Infine, arriva il turno in battuta. Qui il ritmo non lo decidi tu, ma il lanciatore avversario insieme al suo ricevitore. Tu resti in attesa, pronto a scegliere quale palla colpire e come interpretare quel momento.

Accanto alla terza base c’è il tuo base coach – il suggeritore – che, attraverso un linguaggio segreto di gesti e tocchi sul corpo, trasmette segnali sia a te sia agli altri corridori in base. Ma non sempre arrivano indicazioni: a volte sei lasciato alla tua libertà, e lì devi assumerti la responsabilità della scelta.

Il battitore non è solo colui che cerca di colpire la palla: è anche colui che deve logorare il lanciatore, costringerlo a lanciare di più, cambiare ritmo, perdere il controllo. È un ruolo strategico e allo stesso tempo teatrale: tutti gli occhi sono su di te, come se stessi giocando da solo contro l’intera squadra avversaria.

Il filosofo Albert Camus, parlando dello sport in generale, scrisse:

“Tutto ciò che so sulla moralità e sugli obblighi dell’uomo, lo devo al calcio.”

Io credo che chiunque abbia giocato a baseball potrebbe dire lo stesso: perché nella sfida in battuta c’è la metafora della vita, il momento in cui tutti guardano a te, e devi trasformare la pressione in scelta libera e responsabile.

E come ricorda il giornalista Roger Kahn in The Boys of Summer:

“Il baseball è molto più della vita, ma mai più grande della vita stessa.”


Una filosofia formativa

Difendere, osservare dalla panchina, battere: questi tre punti di vista compongono un triangolo che va oltre lo sport. Ti insegnano a vivere con attenzione, a osservare con profondità, a prendere decisioni nei momenti chiave.

Il baseball educa non solo al gesto tecnico, ma alla costruzione di una personalità: nel modo di muoversi, di camminare, di reagire. Nelle piccole manie buffe e nei tic che diventano segni distintivi.

Nietzsche scrisse:

“Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come.”

Il baseball è proprio questo: trovare il tuo “perché” in ogni ruolo, in ogni punto di vista, in ogni attesa.

E ancora, in linea con la filosofia zen, che tanto ha influenzato atleti e pensatori contemporanei: l’arte sta nell’attenzione al presente, nell’attesa che diventa azione, nell’abitudine che si trasforma in consapevolezza.

Questa è la lezione che porto con me: imparare a guardare il gioco – e la vita – da tre prospettive diverse, per comporre un quadro più ampio e completo.s. This is your first post. Edit or delete it, then start writing!

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